CHE COSA E’ LA CREATIVITA’

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Più che uno skill, una capacità che si può imparare, è un mindset: un atteggiamento mentale che va coltivato.

È pensiero flessibile, aperto, rispettoso… comprende la possibilità di imparare dal fallimento e l’attitudine a esplorare lacune e incongruenze.

Pensiero critico e pensiero creativo sono diversi: il primo è capace, applicando strumenti analitici, di intercettare le risposte sbagliate, ma il secondo riesce a individuare le domande sbagliate (posso aggiungere che l’espressione di pensiero creativo spesso può innervosire oltremisura chi fa, anche a ragione, molto affidamento sul pensiero critico).

Nelle organizzazioni, creatività e inattività risultano antitetiche: la creatività nasce dall’azione, ed è meglio rischiare il fallimento che rinunciare all’azione.

I sette maggiori killer della creatività. 

1. Controllo eccessivo (bisogna riconoscerlo, e fare domande aperte sfidando credenze radicate).
2. Paura e ansia (bisogna accettare il fallimento, l’incertezza e l’ambiguità come parte integrante dei processi creativi).
3. Eccesso di pressione e di adrenalina (bisogna riconoscere, in primo luogo, le proprie reazioni all’essere sotto pressione, e poi è necessario trovare modi equilibrati per gestire tempi ed energie).
4. Isolamento e omogeneità (meglio esporsi intenzionalmente a persone, idee, informazioni diverse. Cercare approcci mentali diversi).
5Assenza di motivazione e passione, apatia (sono spesso connesse con atteggiamenti cinici o sarcastici, che vanno identificati e “smontati”. Ritrovare le proprie passioni originarie e a partire da queste ricominciare ad agire).
6. Mentalità ristretta, schemi di pensiero ricorrenti e automatici, pregiudizi (metter da parte quello che si presume di sapere. Recuperare una sorta di “innocenza creativa”, mettersi “nei panni di qualcun altro”).
7. Pessimismo (lavorare sul linguaggio e sulle definizioni. Ri-incorniciare le esperienze negative. Cambiare sguardo).
L’articolo, in inglese, è scritto in modo leggero ma contiene alcune intuizioni rilevanti, e alcune considerazioni non ovvie.Impossibile gestire processi creativi secondo regole consuete (lo scrive Robert Sutton della Harvard Business School, non un qualsiasi picchiatello). La leadership creativa è rara, e non può prescindere dall’etica, dall’empatia e dal rispetto.

La descrizione più nota del processo creativo è quella per fasi successive proposta dallo psicologo ed educatore inglese Graham Wallas con Richard Smith, autori del testo The art of thought pubblicato nel 1926.
Le fasi descritte da Wallas sono cinque, ma nella maggior parte delle pubblicazioni vengono ricondotte a quattro:

• preparazione: la raccolta dei materiali e delle informazioni su cui lavorare e la loro organizzazione.Chiede un atteggiamento metodico e sistematico. A volte un’indagine viene messa in moto da un colpo di fortuna: per esempio, A. H Becquerel scopre la radioattività accorgendosi che un composto a base di uranio ha impressionato una lastra fotografica coperta sul quale l’aveva appoggiato. Ma comunque sta lavorando con l’uranio, comunque ha lastre fotografiche in laboratorio, e comunque ha conoscenze sufficienti a riconoscere come rilevante un fenomeno prodotto in modo casuale, così come Fleming comunque sta lavorando su una coltura di stafilococchi, e comunque è un batteriologo.
Caratteristiche di questa fase sembrano essere: capacità di individuare un problema, familiarità con i fatti di base, orientamento a trovare una soluzione.

• incubazione: l’elaborazione mentale dei materiali disponibili, alla ricerca di un ordine che produca un nuovo senso. È un processo che si sviluppa per prove ed errori, per flussi di pensiero apparentemente disordinati, altalenanti. Continua anche in momenti nei quali l’attenzione cosciente è sospesa. Per esempio, nel sonno. Descartes dice di essersi imbattuto per la prima volta nelle nozioni fondamentali della geometria analitica durante di due sogni. Grazie a un sogno (atomi che danzano in un anello – l’anello benzenico: la forma della più complessa delle strutture molecolari) Friedrick Kekulé risolve il problema della combinazione del carbonio e dell’idrogeno nel benzene. E’ uno dei passi più importanti nello sviluppo della chimica organica. L’archeologo Hermann Hilprecht decifra in sogno un’iscrizione babilonese.
Einstein comincia a sedici anni a preoccuparsi di certi problemi fondamentali della fisica, legati al significato della velocità della luce. Quando si rende conto che il problema può essere risolto mettendo in discussione il concetto di tempo, gli bastano cinque settimane per stendere la famosa memoria sulla relatività, anche se lavora a tempo pieno alll’ufficio svizzero dei brevetti.

• illuminazione o insight: l’intuizione, spesso istantanea, dell’esistenza di una soluzione inaspettata e differente da tutto quanto si era ipotizzato in precedenza. Sembra presentarsi in modo spontaneo e inatteso. E spesso unito a una forte reazione di carattere emozionale. Il fatto che una soluzione si presenti all’improvviso è piuttosto sorprendente anche per chi lo sperimenta. Henri Poincaré racconta di aver risolto un complesso problema matematico mentre stava salendo su un autobus e non ci stava pensando. Alcuni ricercatori insistono sul fatto che la soluzione balenata all’improvviso è completamente diversa da tutte quelle precedentemente prese in considerazione (Hadamard, 1945).

• verifiche: prove, messe a punto e formalizzazione. Il metodo scientifico prevede che una scoperta venga presentata attraverso un’argomentazione formale, partendo da una serie di assiomi o principi fondamentali. Strutturare un’intuizione nei termini di un’argomentazione formale un modo per verificarne la consistenza. Dice Einstein : … è molto raro che io pensi con parole. Mi balena il pensiero, e solo più tardi posso cercare di esprimerlo… in tutti questi anni ho avuto la sensazione di muovermi in un senso preciso, verso qualcosa di concreto… una cosa profondamente diversa dalle considerazioni successive sulla forma logica della soluzione. Naturalmente dietro questo senso di una direzione precisa c’è sempre qualcosa di logico; ma per me si presenta sempre come una specie di sguardo generale; in un certo senso, visivamente.

La fase mancante, che Wallas chiama intimation e che viene prevalentemente presentata come una sub-fase, è la sensazione di essere sulla strada giusta, accompagnata da una eccitazione crescente, che a volte precede l’insight.

La sequenza proposta da Wallas è plausibile e prevede un’alternanza tra pensiero logico e pensiero analogico. Il pensiero logico procede in modo lineare, per sequenze (causa/effetto, prima/dopo, premesse/conseguenze), il pensiero analogico si sviluppa in modo non lineare per somiglianze/differenze, suggestioni,metafore. Richiedono ragionamenti logici e strutturati la prima fase, e l’ultima.

Richiedono pensiero analogico la seconda fase e la terza.

Altri autori immaginano sequenze diverse. Uno schema molto antecedente, proposto dal filosofo americano John Dewey, (Come pensiamo, 1910) suddivide il processo in cinque stadi: sensazione di una difficoltà, individuazione e definizione del problema, proposta di possibili soluzioni, esame delle soluzioni, verifica delle soluzioni con prove sperimentali.

Nel 1931 Rossmann parla di sette stadi (osservazione di un bisogno, analisi del bisogno, rassegna delle informazioni disponibili, formulazione delle soluzioni probabili, analisi critica, invenzione vera e propria, sperimentazione). Eindhoven e Vinacke (1952) trovano necessario introdurre fasi diverse per descrivere accuratamente l’attività degli artisti e le differenze tra soggetti esperti e non esperti. Osborn (1953) torna al numero sette, individuando: orientamento, preparazione, analisi, ideazione, incubazione, nuova sintesi, valutazione. Johnson (1955) dice che è meglio ridurre tutto a tre fasi fondamentali: preparazione, produzione e giudizio.

Alla fine del secolo scorso lo psicologo neofreudiano Didier Anzieu elenca sei fasi, ma opera uno slittamento di prospettiva: parte da ciò che Wallas chiamerebbe incubazione e insight fino a comprendere il periodo dopo che il processo creativo vero e proprio si è concluso.
Il punto di partenza è il saissement: una discontinuità di vita, positiva o negativa, che porta l’individuo ad abbassare la guardia e a diventare più recettivo nei confronti di un’intuizione. Lo stato di saissement può essere favorito da un eccesso (contatti umani, alcol, viaggi, droghe, sesso) o da un difetto (silenzio, solitudine, astinenza, immobilità) di stimoli. Segue una presa di coscienza , che coincide con la fine dello stato di grazia e con il presentarsi di dubbi e timori sull’intuizione avuta. Poi l’intuizione progressivamente si organizza, si struttura e si definisce nelle fasi di composizione e realizzazione. Il licenziamento è un momento critico: l’idea, nella sua forma definitiva, viene consegnata al mondo, ma deve essere spiegata, sostenuta, promossa. Infine, c’è il rammarico: la sensazione dell’autore che avrebbe potuto far di meglio, o il timore di non riuscire a fare altrettanto bene in futuro.

L’insight, comunque lo si definisca, resta una faccenda piuttosto misteriosa. Nessuno di questi modelli riesce a dare pienamente conto del fatto che all’interno del processo alcune fasi possano sovrapporsi (per esempio, l’individuazione del problema e la raccolta di ìinformazioni. Oppure la raccolta di informazioni e l’incubazione), e del fatto che la sovrapposizione possa dipendere sia dalla natura del problema che dallo stile personale, dal carattere, dal grado di ossessività di chi lo affronta. Infine, nessuno dei modelli riesce a descrivere processi creativi complessi: per esempio, nella ideazione e realizzazione di un film non uno ma moltissimi momenti creativi di ricerca, incubazione insight e verifiche si susseguono e si intrecciano, della stesura dello script a quello del montaggio definitivo, e fanno capo a persone differenti.

Forse, potrebbe essere fertile immaginare il processo creativo come una struttura frattale: sequenze minori all’interno di sequenze maggiori, piccole scelte all’interno di grandi scelte.
Sia gli studiosi del fenomeno che le persone che hanno sperimentato importanti intuizioni creative concordano comunque su alcuni dati. Per esempio, la capacità di visualizzare strutture complesse e di pensare per immagini (le immagini sono il codice psichico più denso e immediato. Per Jung la psiche è immagine. E per immaginare servono… immagini. Che, tradotte in parole, diventano narrazioni) sembra essere una componente ricorrente dell’attitudine a sviluppare pensiero creativo, anche al di fuori dell’ambito delle arti figurative: molte delle metafore relative alla creatività hanno carattere visivo (brancolare nel buio…avere un’illuminazione… lampo di genio). E’ anche comunemente riconosciuta l’importanza ricoperta dall’apparente inattività e dalla natura ondivaga e destrutturata del pensiero proprie della fase di incubazione, senza la quale risulta impossibile disfarsi di idee non appropriate o strutture di pensiero inefficaci.